14 commenti su “Risky business

  • Salve,
    mi scuso ma ho trovato una contraddizione con quanto scritto nel post del 30 aprile.

    Lei scriveva: “La parte strategica della nostra attività al momento è occupata largamente dalla gestione dell’innovazione: dai nuovi canali di vendita ai nuovi supporti (digitali e intangibili)”.
    Inoltre in questo articolo cita Amazon e gli shop online.

    Dopo di che afferma che 80% della clientela non si trova su internet, quindi strategicamente non riesco a capire… conviene o non conviene investire su prodotti online?

    Saluti
    Antonio

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  • “Per dire, Zerocalcare ha fatto tutto da solo, no? Mica ha bisogno di un editore, lui.
    Se fosse vero, perché tutti gli editori d’Italia (e intendo tutti, mica solo quelli di fumetti, fidatevi) hanno cercato di fargli firmare un contratto?”

    Il motivo è ovvio – autore popolare e bravo con grandi potenzialità commerciali – la domanda contestuale e conseguenziale al concetto espresso sarebbe dovuta essere: Se fosse vero, perché Zerocalcare ha fatto di tutto per avere un contratto da una casa editrice?

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    • Ma non è vero. Anzi, siamo stati noi a convincerlo. Lui stava bene anche senza di noi. L’abbiamo convinto con i fatti che era una buona idea, collaborare con un editore “sveglio”. Non diciamo sciocchezze, per favore. E il motivo non era affatto ovvio: nessuno poteva prevedere che avrebbe avuto così tanto successo.

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  • G.le Michele, da qualche anno mi sono riaffacciato al fumetto dopo 25 anni in cui mi son divertito con la grafica, la pubblicità e internet. Era una strada lavorativa che potevo intraprendere ma, dovendo monetizzare subito, ho scelto altre possibilità che mi hanno portato soddisfacenti risultati sia come imprenditore di me stesso che come padre.

    Mi sono subito incuriosito alla Bao per la qualità dei fumetti, ma soprattutto per la qualità di stampa nell’epoca del facilmente riproducibile. Ora pero’ volevo proporvi un’idea di fumetto di qualità molto simile allo stile di Glyn Dillon (che ho comprato quando è uscito in Inghilterra e non avevo dubbi che foste voi a pubblicare…) ma proprio le “congiunzioni astrali” vogliono che in questo periodo abbiate aperto questo blog. E i post che stanno uscendo, tutti molto interessanti non capisco a chi si rivolgano.

    L’impressione che mi danno è che siano rivolti a potenziali nuovi autori (come me) o a gente che (presumo) veda il fumetto come un prodotto seriale di bassa qualità e che quindi dobbiate giustificare i vostri costi (alti). Gli argomenti e le cifre da voi trattati li conosco molto bene anche se non li ho mai applicati al fumetto.

    Volevo investire del tempo, togliendolo al mio lavoro attuale, per il fumetto che vorrei realizzare ma con i precedenti post riguardo all'”anticipo” e tutto il resto, mi sono demoralizzato e il pensiero va all’autoproduzione.

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  • Certamente la figura dell’editore non è una figura professionale trascurabile, e non solo dal punto di vista pubblicitario/promozionale/organizzativo. Tuttavia in qualche modo sta passando l’idea che se ne possa fare a meno, in particolar modo passando per l’autoproduzione. Non ho ancora avuto modo di leggere il libro di Sara Pavan a riguardo, ma il fiorire di realtà indipendenti o apparentemente tali sembra indicare abbastanza chiaramente quale strada si stia cercando di intraprendere.
    Il digitale, poi, sta facilitando enormemente questo tipo di approccio che esclude dal dialogo la figura dell’editore… E temo che questo non sia, soprattutto a lungo termine, un bene. Ma quindi come si fa a far passare il messaggio che un editore serve davvero, che non è solo una bocca in più con cui spartire la torta, quando sembra di poterne fare a meno (cosa alla quale personalmente non credo, beninteso)?
    In particolar modo come si fa a convincere tutti coloro che stanno dalla parte “bocciata” della linea? Perché persuadere Zerocalcare che con un editore venderà più copie e quindi farà più soldi è facile. Persuadere un esordiente che, pur non pubblicando il suo fumetto, il lavoro dell’editore è necessario è tutt’altra storia.
    Che tradotto sarebbe come si fa a fare ‘sto lavoro nel ventunesimo secolo, quando tutti credono di poter far meglio da sé?
    Ps: mi scuso se mi sono dilungato troppo, è un tema cui mi capita di pensare abbastanza spesso ultimamente. Intanto grazie mille dell’attenzione, e complimenti per la piega che il blog sta prendendo.

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  • Interessante. Mi piace molto il modo in cui BAO affronta i suoi progetti editoriali, dal concept fino alla cura del volume. Tra le realtà dell’editoria italiana a fumetti al momento ritengo sia la più promettente dal punto di vista della qualità dei contenuti. Tuttavia non capisco bene le 5000 copie vendute in due anni. È questo il risultato a medio termine di cui si parla nell’articolo? È un buon risultato per il tipo di pubblicazione, per l’autore o in senso lato? Su 80 uscite l’anno, se tutte raggiungessero le 5000 copie vendute in due anni, l’editore totalizzerebbe 400.000 copie vendute (200.000 l’anno) il che non mi sembra un risultato da capogiro per l’editore, figuriamoci per il singolo autore. Tutto il lavoro descritto, nonchè il rischio d’impresa per queste cifre?
    Forse perchè l’assunto non menzionato è “parliamo del mercato locale, non del mercato globale” ?

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    • Alessandro. MAGARI i titoli arrivassero a 5000 copie in due anni. Spesso non arrivano a MILLE. E questi sono anche i numeri della narrativa in prosa nelle librerie. Temo che tu sopravvaluti di molto le vendite di libri e fumetti. Ne riparleremo.

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      • Caspita, neanche 1000 copie in due anni? Possibile? E questo a fronte dell’enorme lavoro dell’editore descritto nel post? Alla luce di questi numeri, l’affermazione “un editore è utile ad un autore per vendere 1000, massimo 5000 copie in due anni su un mercato nazionale”, è troppo ottimistica o rispecchia una realtà plausibile?

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        • E’ una forbice troppo ampia per dare qualche valore a quella frase, Alessandro. Ogni libro fa storia a sé. Alcuni vendono pochissimo, altri diventano successi. Bisogna essere attrezzati per il successo e pronti ad assorbire i fallimenti. Si lavora per espandere il lettorato, ma questi sono davvero numeri che rispecchiano il mercato del libro. Sai qual è la media di copie vendute per libro, in Italia (intesa come numero totale di libri venduti diviso numero di titoli pubblicati in un anno) OTTANTADUE COPIE. Tale è lo stato del mercato.

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